Tra anticipo, obbligo e identità
debole
Antonella Panchetti

E’ scaturito un dibattito
estremamente interessante, grazie anche alla composizione del gruppo formato da docenti universitari, presidenti
di associazioni, supervisori di tirocinio, insegnanti di scuola dell'infanzia,
dirigenti scolastici.
In particolare, in questo gruppo
di lavoro, hanno preso parte, oltre alla sottoscritta, Anna Bonci, Barbara
Scarpelli, Catia Rossi, Cinzia Mion, Doriano Bizzarri, Elena Turini, Giancarlo
Cerini, Giuliano Franceschini, Giuseppe Bagni, Lia Martini, Orietta Orru, Paola
Conti e Pino Patroncini e si sono confrontati
vissuti professionali, prospettive di ricerca e analisi politiche.
I docenti di scuola dell’infanzia
partecipanti hanno rappresentato, pur appartenendo ad associazioni diverse, le
esperienze di buone pratiche di scuola dell’infanzia della Regione Toscana.
È emerso che chi “vive” in prima
persona le difficili condizioni organizzative della scuola dell'infanzia è
portato a mettere in rilievo soprattutto “il negativo” che si vive nella scuola
(sezioni numerose, scarsa compresenza), mentre chi si impegna nella
formazione dei docenti nelle associazioni o nelle università “cerca” comunque
di cogliere indizi positivi nelle esperienze migliori della scuola, ricche di
professionalità e di impegno didattico.
Senza voler ripetere ciò che molto abilmente hanno scritto
Giancarlo Cerini o
Cinzia Mion, colgo l’occasione per ringraziare di
essere stata invitata a questa tavola rotonda perché mi ha permesso di
incontrare e confrontarmi con colleghi su un argomento così rilevante.
Da anni infatti si parla di
anticipo scolastico e, se è vero che
alla scuola dell’infanzia sono inseriti più del 90% dei bambini (dato che
conferma la centralità del suo ruolo nei confronti degli altri ordini di
scuola), dall'altra emerge con chiarezza una identità debole del corpo docente
che viene evidenziato anche in “Bambini” (mese di maggio 2014) dedicato, tra
l’altro, proprio all'approfondimento del tema “fragilità”. E, come si sa,
fragilità può generare vulnerabilità e, nel nostro caso, la tendenza a
lasciarsi “espropriare di un anno”, quello dei bambini di 5 anni, di cui
proponevamo già negli anni ‘90 con il Progetto ASCANIO, l’obbligatorietà dei 5
anni nella Scuola dell’Infanzia.
La paura tra le insegnanti di
quest’ordine di scuola è tanta, perché si respira ogni giorno la “precarietà”
della nostra voce.
Mentre anche solamente dieci anni
fa tra insegnanti e famiglie si riusciva a costruire un’alleanza educativa
grazie ad una volontà comune di lavorare per il bambino, oggigiorno quando un
insegnante invita ad un colloquio un genitore e purtroppo deve comunicare che
il bambino presenta alcune difficoltà, il genitore per prima cosa tende a
mettere in dubbio la professionalità dell’insegnante fino a dubitare che
l’insegnante possa esercitare una qualche forma di violenza sul bambino. La
colpa delle difficoltà che emergono comunque ricade generalmente
sull'insegnante e su una istituzione che registra sempre meno credibilità. È
sorprendente come, in alcuni convegni, professionisti che collaborano con la
scuola suggeriscano apertamente di “difendersi dalla scuola” dando persino
numeri di telefono di addetti del Ministero o del CSA ai presenti e li invitino
ad intervenire nelle più disparate situazioni.
Nessun insegnante rimarrebbe
stupito nel vedersi additare colpe di cui non è a conoscenza, inventate.
Infatti il ruolo di insegnante è spesso svuotato delle proprie prerogative e
dell’autorevolezza indispensabile nel processo di apprendimento anche per quel fenomeno definibile come
“ritiro della delega di fiducia” da genitori a insegnanti, dalla famiglia alla
scuola, facendo venire meno quella continuità e coerenza di messaggi educativi
derivati da mandati contrapposti. Le regole stabilite a casa non sono le stesse
applicate a scuola e questo genera senso di disorientamento, confusione,
difficoltà a introiettare la regola e distinguere ciò che è legittimo da ciò
che non lo è.
Nell'immaginario collettivo quale
è l’insegnante bravo nella scuola dell’infanzia? Cosa deve fare? E cosa deve
saper fare? La cosa più interessante
nell'ascoltare i commenti dei genitori è come varia il punto di vista a seconda
dei propri ricordi, delle proprie idee e delle proprie aspettative “di
successo” per il bambino. Infatti la scuola è sempre più investita di richieste
controverse da parte dei genitori e sempre più spesso stenta a mantenere la
funzione istruttiva, legata alla trasmissione dei saperi, e quella
formativo-educativa legata
all'apprendimento delle regole, della responsabilità, del rispetto.
Anche quando le insegnanti della
scuola dell’infanzia si riuniscono con quelle delle prime classi della primaria
è sorprendente come non valgano le indicazioni delle insegnanti quanto i
suggerimenti, le preferenze che hanno indicato i genitori al momento
dell’iscrizione. Anche per quanto riguarda l’inserimento anticipatario del
bambino alla scuola primaria la scelta è responsabilità della famiglia che non
sempre è condivisa con le insegnanti della scuola dell’infanzia, che meglio
conoscono il ba
mbino in situazione didattica e la sua adeguatezza a compiere
questo passaggio.
Insegnanti e genitori avanzano
richieste anche in merito alla prestazione scolastica, per cui non è più
sufficiente apprendere, ma “arrivare primi”, ossia competere precocemente.
La privazione del tempo libero e
del gioco libero limitano i bambini nel percorso che dovrebbe condurli alla
costruzione della propria identità, all'assunzione graduale di responsabilità
crescenti, alla costruzione del senso morale.
Infanzia, etimologicamente,
significa “senza parola”. La scuola dell’infanzia, scuola che ha solamente 46
anni, è giovane, fragile, vulnerabile e “senza parola” e ciò richiede
interventi di mediazione, di protezione e di valorizzazione delle buone
pratiche, come le esperienze positive sul curricolo verticale.
Forse -ha suggerito Giuliano
Franceschini (Università di Firenze)- è un modo vecchio quello di affrontare
una domanda di innovazione epocale portando sulle spalle il pesante fardello di
contenitori scolastici rigidi, impermeabili, ottocenteschi. Si dovrebbe
radicalmente rimettere in discussione l'idea di “gradi e ordini” scolastici, in
favore della maggiore personalizzazione dei percorsi, dell'iniziativa degli
allievi, della capacità di affrontare le numerose “transizioni” che vanno ben
oltre la tradizionale distinzione tra il periodo scolastico dedicato
all'apprendimento e la vita dedicata al lavoro. Questo rimescolamento dei
confini dovrebbe aiutare a riscoprire le ragioni vere dell'educazione, oggi
confinata strumentalmente a preparare per un lavoro (che spesso non c'è).
Sono d'accordo, la scuola dell'infanzia sembra "scomparsa" dal dibattito, mentre resta un momento essenziale per uno sviluppo positivo dei bambini. "Scomparsa" come sembra scomparso il concetto di "infanzia", travolto da una visione "adulta" dei bambini. Anche la scuola a volte cade in questo, con uno sguardo troppo rivolto esclusivamente agli apprendimenti precoci. E' un caso o, forse, davvero l'inizio di una nuova discussione, che oggi, 5 luglio, sull'inserto del sabato di "Repubblica" "D", Umberto Galimberti tratta da par suo gli stessi argomenti ben affrontati dall'articolo di Panchetti.
RispondiEliminaHo il piacere di commentare quest'articolo scritto da una Persona, Docente, che per me ha avuto molta importanza durante l'iter formativo nell'università di Firenze. L'ho dovuto rileggere più volte per soffermarmi con attenzione su alcuni punti per me essenziali da affrontare, come per esempio: cosa significa per un genitore permettere che suo figlio/a frequenti la scuola dell'infanzia, quali sono le sue aspettative, cosa richiede alla scuola scelta, e come il confronto con gli insegnanti possa fare da ponte tra alunno/a famiglia e scuola. Sentir parlare, a mio umile avviso, di anticipo scolastico fa solo venire i brividi, brividi di timore per un pensiero "emanato" su una realtà scolastica, educativa, pedagogica dunque, formativa, che ahimè solo chi la vive nel quotidiano la conosce, ecco perchè ancora una volta mi sembra un pensiero tanto lontano dall'esigenza di un bambino/a di 5 anni che ha necessità di concludere il suo percorso in un ciclo di iniziazione così delicato e ricco di stimoli, che non può essere "anticipato" a mio avviso sarebbe solo TRONCATO...credo, da ciò che ho visto nella mia complessa e massiccia esperienza scolastica in una scuola dell'infanzia, che ci sia più bisogno di valorizzare la continuità. Un percorso a metà non permette che un'identità si sviluppi a tappe, la continuità invece crea un collegamento arricchente che recupera forgia e trasforma quanto già consolidato. Non ritengo di avere le competenze per affermare se è meglio o no l'anticipo dell'ingresso del bambino nella scuola primaria, ma posso dire che se un bambino/a vive la scuola dell'infanzia non come essa è stata pensata veramente bensì come unico avvio al ciclo d'istruzione successivo condito di ansie paure costrizioni palestra di competizione, e se queste effettivamente non vengono poi smontate una volta arrivati in prima elementare, ecco credo che la cosa si ribalterebbe, e un insegnante di scuola dell'infanzia riacquisterebbe voce, perchè il luogo comune della poca importanza della sua funzione è palesemente smentita da un dato di fatto oggettivo: la fascia 3-5 anni è un'età così delicata complessa e immensa che davvero andrebbe solo resa migliore lavorando su di essa con competenze e professionalità. Per me è la colonna dorsale di un'intera vita, ecco perchè forse la più sottovalutata e "attaccata". Ringrazio la dott.ssa Panchetti per il suo contributo e concludo con una sua notevole affermazione: "la scuola dell’infanzia, scuola che ha solamente 46 anni, è giovane, fragile, vulnerabile e “senza parola” e ciò richiede interventi di mediazione, di protezione e di valorizzazione delle buone pratiche, come le esperienze positive sul curricolo verticale".
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